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Il valore dell’attività fisica in natura: perché i bambini ne hanno bisogno.

2026-04-22 19:48

Dott.ssa Serena Gizzi

Il valore dell’attività fisica in natura: perché i bambini ne hanno bisogno.

Uno spaccato in chiave psicologica.

 

 

 

 

 

 

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Nell’infanzia, il movimento e l’esplorazione rappresentano molto più di un semplice passatempo, bensì costituiscono veri e propri strumenti di sviluppo psicologico. Quando queste esperienze avvengono all’aria aperta e in contatto con la natura il loro impatto si amplifica, coinvolgendo in modo integrato corpo, mente ed emozioni.

Negli ultimi anni, la ricerca – in particolare nell’ambito della Psicologia ambientale – ha evidenziato come la relazione tra individuo e ambiente sia determinante per il benessere, soprattutto nella fase dello sviluppo infantile.

 

Movimento e sviluppo psicologico

L’attività fisica nei bambini è strettamente legata allo sviluppo cognitivo: muoversi regolarmente, infatti, contribuisce a migliorare attenzione, memoria e capacità di problem solving.

Dal punto di vista psicologico, il movimento favorisce la regolazione emotiva, riduce i livelli di stress e ansia, sostiene lo sviluppo dell’autostima e del senso di autoefficacia. 

Il gioco motorio spontaneo, tipico dell’infanzia, rappresenta una forma naturale di apprendimento incarnato: il bambino “pensa con il corpo”, costruendo conoscenze attraverso i sensi, perciò attraverso l’azione e l’esplorazione.

Va da sé che anche l’attività fisica strutturata produce degli effetti positivi, in quanto consente al bambino di fare esperienze propriocettive ed acquisire maggior consapevolezza delle proprie capacità attraverso l’utilizzo del proprio corpo e delle proprie risorse.

 

Il contributo della psicologia ambientale

La psicologia ambientale si occupa di capire come gli ambienti influenzano pensieri, emozioni e comportamenti nelle persone. In questo ambito, due teorie risultano particolarmente rilevanti per comprendere l’importanza della natura sull’uomo, la teoria della biofilia e la teoria del recupero dell’attenzione.

 

1. La teoria della biofilia

Secondo l’ipotesi della Biofilia, proposta da Edward O. Wilson, gli esseri umani possiedono una predisposizione innata e un bisogno biologico di connettersi con la natura e le altre forme di vita. Basti pensare al grande traffico in entrata verso le grandi città la domenica pomeriggio delle prime giornate primaverili, di rientro da gite fuoriporta al mare, in montagna o al lago. Oppure osservare le nuove strutture ospedaliere e/o i nuovi grandi edifici o centri commerciali che, già da progetto, devono prevedere aree verdi circostanti. O ancora, basterebbe riportare la memoria al periodo di lockdown vissuto qualche anno fa per l’epidemia da Covid, in cui ci si è trovati a sperimentare un lungo periodo di isolamento in luoghi fisici e a sentire forte il bisogno di tornare ad immergersi nella natura anche solo per una passeggiata, “per respirare”.

 

Nei bambini questa tendenza a cercare connessione con la natura si manifesta attraverso

- curiosità verso animali, piante, minerali

(quante volte avete visto un bambino avvicinarsi repentinamente ad un animale, incuriosirsi dello stesso toccandolo e magari anche spaventarsi per la risposta di paura dell’animale a quella irruenza?)

- bisogno di esplorare ambienti naturali

(durante una passeggiata in un ambiente naturale, quanti voci di adulti si sentono urlare “stai attento/o che cadi/sudi/ti bagni/ti fai male”?)

-il piacere spontaneo nel gioco all’aperto

(qual è la prima cosa che un bambino fa appena arriva al parco, o in spiaggia? Comincia a correre, come se si scrollasse di dosso i pericoli della città).

Perciò, privare i bambini di queste esperienze può tradursi in una sorta di “deprivazione ambientale”, con possibili ripercussioni sul benessere emotivo, ma anche sulla scoperta e l’apprendimento di strategie adattive.

 

2. La teoria del recupero dell’attenzione

Un altro contributo centrale è la Attention Restoration Theory sviluppata da Rachel Kaplan e Stephen Kaplan. Questa teoria sostiene che gli ambienti naturali favoriscono il recupero dell’attenzione diretta, affaticata dalle richieste cognitive intense: questi effetti risultano particolarmente rilevanti in un’epoca in cui molti bambini sperimentano livelli elevati di stimolazione e carico cognitivo (come ad esempio quelli scolastici o digitali). La natura, infatti, stimola una forma di attenzione “dolce” (soft fascination) che non richiede sforzo, permette alla mente di rigenerarsi, migliora concentrazione e autocontrollo: non è un caso se le ambientazioni ricreate nelle SPA si avvalgono di riproduzioni di suoni naturali.

Dal punto di vista psicofisiologico, l’esposizione alla natura contribuisce a ridurre i livelli di stress. Questo effetto è spiegato dalla Stress Recovery Theory di Roger Ulrich, secondo cui gli ambienti naturali attivano risposte automatiche di rilassamento.

Nei bambini tutto questo si traduce in:

- maggiore capacità di concentrazione e diminuzione dei livelli di iperattivazione;

- riduzione dell’irritabilità e maggiore equilibrio emotivo;

- migliore gestione delle frustrazioni e miglioramento del rendimento cognitivo. 

 

Natura come ambiente di sviluppo integrato

Dal punto di vista della psicologia ambientale la natura non è solo uno “sfondo” ma un vero e proprio contesto attivo di sviluppo. Gli ambienti naturali sono:

-complessi ma non sovrastimolanti, perciò ideali per l’esplorazione;

-variabili e imprevedibili, che favoriscono maggiore flessibilità cognitiva;

-sensorialmente ricchi, contribuendo a stimolare tutti i canali percettivi di cui l’essere umano è naturalmente equipaggiato.

Questo tipo di ambiente promuove quello che viene definito “sviluppo ecologico”, in cui il bambino cresce attraverso l’interazione continua con il contesto.

Per semplificare, un esempio che potrebbe spiegare questo processo di interazione (anche se in termini puramente strumentale - ma si tratta di un esempio fruibile per spiegare il processo di circolarità) è il processo di purificazione dell’aria: noi esseri umani per sopravvivere abbiamo bisogno di ossigeno. Nel processo di respirazione introduciamo ossigeno ed espelliamo anidride carbonica, stessa anidride carbonica utilizzata come nutrimento dagli alberi che, al contrario, assorbono anidride carbonica ed espellono ossigeno, di cui nuovamente ci nutriamo noi esseri umani.

 

Implicazioni psicoeducative

Integrare la natura nella quotidianità dei bambini significa adottare un approccio coerente con le evidenze della psicologia ambientale.

In concreto, non è necessario organizzare esperienze complesse ma può essere molto utile privilegiare spazi verdi per il gioco, favorire attività scolastiche all’aperto, ridurre il tempo esclusivo in ambienti chiusi e digitali, incoraggiare il gioco libero in contesti naturali.

 

Conclusione

L’attività fisica in natura rappresenta un potente fattore di protezione e promozione dello sviluppo infantile. La psicologia ambientale ci mostra che il legame tra bambino e l’ambiente naturale non è accessorio, ma strutturale: favorire questo legame significa sostenere non solo la salute fisica, ma anche lo sviluppo cognitivo, emotivo e relazionale dei bambini. 

In altre parole, crescere nella natura non è solo “piacevole”: è profondamente necessario.

 

 

Bibliografia.

 

Wells, Nancy M., N. M., & Evans, G. W. (2003). Nearby nature: A buffer of life stress among rural children. Environment and Behavior, 35(3), 311–330.

 

Taylor, Andrea Faber, A. F., & Kuo, Frances E., F. E. (2009). Children with attention deficits concentrate better after walk in the park. Journal of Attention Disorders, 12(5), 402–409. 

 

Kaplan, Rachel, R., & Kaplan, Stephen, S. (1989). The Experience of Nature: A Psychological Perspective. Cambridge University Press.

 

Ulrich, Roger S., R. S. (1983). Aesthetic and affective response to natural environment. In I. Altman & J. F. Wohlwill (Eds.), Behavior and the Natural Environment (pp. 85–125). Springer.

 

Wilson, Edward O., E. O. (1984). Biophilia. Harvard University Press.

 

Gill, Tim (2014). The benefits of children’s engagement with nature: A systematic literature review. Children, Youth and Environments, 24(2), 10–34.

 

McCurdy, Leif E., L. E., et al. (2010). Using nature and outdoor activity to improve children’s health. Current Problems in Pediatric and Adolescent Health Care, 40(5), 102–117.

 

Louv, Richard (2005). Last Child in the Woods: Saving Our Children from Nature-Deficit Disorder. Algonquin Books.

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